Perché lo SPREAD ci fa così paura?


 
Lo spread, che non è altro che il differenziale tra il rendimento del Btp decennale italiano e del relativo Bund tedesco. Misura in sostanza quanto dobbiamo pagare di più il nostro debito pubblico rispetto a quanto i tedeschi pagano il loro.
 
Perché è così importante allora?
 
Cercando di spiegare la rilevanza dello spread, facciamo il paragone con un termometro che misuri la temperatura corporea.
 
Uno spread intorno a 300 – più o meno le quotazioni di questi giorni – equivale a una febbre poco sopra i 37 gradi: una febbre modesta, non grave, che permette di rimane in attività ma che è tuttavia infida e subdola.
 
Il rischio vero ora è quello di vedere temperature più alte, anche livelli intorno a 400, che in queste condizioni economiche e finanziarie corrispondono a temperature intorno a 39/40. Una febbre vera, che porta all’inattività e sulla quale, per guarire, è necessario intervenire con terapie.
 
Uscendo dalla metafora e parlando concretamente, uno spread che cresce da 300 fino a punte di 400 e oltre, in un’economia come quella italiana che ha come unico perno le banche, significa far correre al sistema il rischio di una paralisi.
 
L’Italia, a differenza di molte altre economie che si finanziano anche grazie al mercato, attraverso l’emissione obbligazionaria o di altri strumenti, è un’economia “bancocentrica”, il che significa che il finanziamento delle imprese e dei singoli consumatori passa principalmente attraverso il canale bancario, stiamo parlando di un 90%, e se questo si prosciuga tutto rallenta sino a fermarsi.
 
Semplificando molto il processo è questo:
 

  • lo spread sale,
  • i titoli Btp si deprezzano,
  • questi ultimi, essendo presenti nei portafogli investimenti delle banche, vanno a penalizzarne il bilancio bloccando risorse.

 
Fintanto che la perdita è minima, tutto è circoscrivibile, quando invece la perdita diventa acuta – come nel caso di uno spread a 400 – negli istituti bancari risuona un allarme che immediatamente
 

  • blocca i fondi e alza il costo del denaro,
  • riduce i prestiti alla parte produttiva e ai consumi,
  • paralizzando l’economia di un paese.

 
È una spirale negativa che si autoalimenta. In altri termini è recessione.
 
George Bernard Shaw diceva “L’esperienza insegna che gli uomini dall’esperienza non hanno mai imparato nulla”, dev’essere vero visto che tutto quanto sopra descritto si è già realizzato pochi anni fa.
 
Nel 2011 l’economia italiana è stata colpita dalla speculazione nel punto più nevralgico e delicato: il debito pubblico, i titoli di stato e di riflesso le banche, provocando esattamente un rialzo dello spread su livelli ancor più alti rispetto agli attuali.
 
I tassi d’interesse volarono al 6%, le banche andarono in difficoltà e furono costrette alla ricapitalizzazione, le risorse furono quindi sottratte all’economia e arrivò una recessione.
 
Intervenne in soccorso Draghi che fece seguire alle parole i fatti: un’imponente azione di espansione monetaria, il Quantitative Easing, capace di riportare fiducia e voglia in investire e concedere credito.
 
Se le banche possono essere paragonate ai fiumi che fanno scorrere il credito e lo portano a destinazione, tutto il sistema economico produttivo e di consumo al terreno circostante, il QE è stata la pioggia capace di togliere la siccità.
 
Oggi, in un’altra situazione critica, è pensabile che la Banca Centrale sia in grado di intervenire trovando soluzioni nuove? Le vie della politica monetaria sono certo infinite, ma non sarebbe meglio ricordare quanto è già accaduto nel 2011 per non commettere gli stessi errori? In fondo per non perdere tempo e occasioni basterebbero lo studio e la memoria, la storia non è inutile, a conoscerla insegna.
 

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